| Le terre del mito greco: la valle dello jato |
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L'area, abitata ininterrottamente dall'epoca protostorica e sino all'Alto Medioevo, quando la città fu rasa al suo da Federico II, rappresenta uno dei siti più interessanti dal punto di vista della ricerca archeologica. Nella parte arcaica dell'abitato è possibile visitare una capanna ed un focolare di epoca protostorica e il Tempio di Afrodite, risalente al 550 a.C., il cui impianto di tipo greco testimonia la trasformazione culturale dell'insediamento in seguito ai primi contatti con la civiltà dei colonizzatori. Naturalmente, la parte più affascinante del Parco è costituita dai resti della città greca, fondata intorno al 300 a.C., ben munita di fortificazioni, ricca di edifici pubblici e quartieri residenziali. Oggi, infatti, vi si possono ammirare il Teatro, largo quasi 60 metri, capace di ospitare 4500 spettatori; l'agorà, pavimentata con lastre in arenaria e, un tempo, circondata da portici e provvista di bouleuterion e di un tempio; una dimora signorile (300 a.C.), dotata di ben 25 stanze e cortile interno con colonnato. I reperti sono oggi esposti al Museo Civico di San Cipirello. Tra i reperti, spiccano quattro possenti statue, le Menadi che accompagnano Dioniso e due Satiri, e due esemplari di maschere della Commedia di Atene, raffiguranti la giovane bella e il vecchi furbo. Dioniso, figlio di Zeus, ha rappresentato per la mitologia greca il dio del vino e del teatro. Legato al tema della coltura, della fertilità e a quello del vino è il territorio di Partinico. Il comune di origine romana, della cui presenza è possibile ancora vedere gli impianti difensivi, è stato nel periodo arabo un importante centro agricolo per la coltivazione del cotone dell'hinnah. Sin da epoca preistorica, la piana di Partinico è stata frequentata dall'uomo, come dimostrano i numerosi strumenti litici rinvenuti in diverse località e conservati nel Museo Civico di Partinico. In epoca protostorica invece (XIII-X sec.a.C.) la piana ha visto fiorire un regno sicano, con le città di Inico (Calatubo), Camico (Monte Bonifato), Crastos (Monte Palamita), Iccara (Monte D'Oro). Le due città di Inico e Camico vengono ripetutamente menzionate dalle fonti storiche come appartenenti alla dominazione agrigentina, fino alla conquista romana (III-IV sec. a.C.) che determinò, oltre alla loro scomparsa, la formazione del nuovo nome "Parthenicum". Durante il regno di Caracalla infatti (III sec. d.C) Parthenicum viene citato nel cosidetto Itinerarium Antonini Augusti, e nello stesso viene collocato lungo il percorso Panormo-Drepano che "per marittima loca" collegava Hyccara "ad Aquas Segestanas". Parthenicum era una stazione di sosta, posta probabilemente in contrada Sirignano, ove nel secolo scorso sono stati rinvenuti i resti di una sontuosa villa romana, lungo la via che da Panormo, passando per Madonna del Ponte, portava alle "Acque Segestane sive Pincianae", originariamente chiamate "aquae part-inicenses", poi deformate in "p.incianae": da qui l'origine del nome Partinico, cioè "nella parte di Inico". Durante la dominazione araba (IX-XI secolo) si conservano ancora gli antichi toponimi di Inico e Camico attraverso le dizioni di "Al Qamah" per indicare Alcamo, e di "B.RT.NIQ" per indicare Partinico, o meglio la "Terra" che era stata della capitale Inico. Dunque durante il periodo normanno esiste una "Terra" di Partinico, cioè un distretto amministrativo il cui centro più importante era la fortezza sulla collina Cesarò (Gaban) e un porto (Ar-rukn) nella costa di San Cataldo. Da una prima descrizione dei confini del casale di Mirto (1133), si apprende che una grande sorgente, chiamata di "Irachi", era al centro di un vasto acquitrinio detto Lumarge o Pantano, ai limiti della foresta che si estendeva fino al grande fiume Jato. Altre preesistenze sono documentate dai vari atti di donazione dei re a "miles" normanni. Una Chiesa ed un vicino mulino si trovavano nel Casale di Partinico, donati nel 1111 da Rainaldo Avenello al Monastero di San Bartolomeo di Lipari. La Chiesa di San Giacomo (ruderi dei Canalini di Mottola) con le sue pertinenze e villani apparteneva alla chiesa di Palermo, come si evince da un documento del 1116. Un'altra Chiesa e un mulino si trovavano nella "piccola terra" della piana di S. Cataldo, e donati, assieme alla "fonte de Marsia", nel 1165 da Maria (moglie di "Matteus de Partenico" e figlia di Rainaldo Avenello, a sua volta sposato con Fresenda, sorella del re Ruggero II), alla Chiesa di S Giorgio di Gratteri. Durante la dominazione normanna assistiamo ad un progressivo abbandono dello "status" feudale del territorio di Partinico, con la donazione delle varie "piccole terre" e casali in favore della Chiesa. Nel '700, dopo la conquista della Sicilia da parte di Carlo III di Borbone e la cacciata degli austriaci dall'Isola (1734-35), l'Abbazia di Altofonte, "commendataria" sin dal XV secolo, continuò ad amministrare il territorio di Partinico mediante i suoi abati che cercarono di aumentare i loro profitti attraverso la rivalutazione dei feudi dati in enfiteusi e l'introduzione di nuove tasse sui frutti prima esenti. L'inizio del XIX secolo portò a Partinico notevoli mutamenti soprattutto nel campo sociale, politico, economico. La permanenza saltuaria del re Ferdinando frutterà infatti l'autonomia locale e il titolo di "città", la costruzione della Cantina e Casina Reale, e l'abolizione degli ultimi abusi feudali. La cantina nacque come centro sperimentale per la produzione di vini rossi e ingloba una torre di età probabilmente federiciana. Oggi, le amministrazioni comunali ne hanno proposto il recupero per renderla fruibile ad un più vasto pubblico e per attrezzarla a centro polivalente per le attività culturali. |